Oggi parte la quarta edizione: “Vite che cambiano”. Ferruccio Andolfi vi aspetta con la lezione “Gli estremi della vita: la nascita e la morte”

24 Feb

2012_05_02_2092Oggi, lunedì 23 febbraio, Ferruccio Andolfi aprirà il nuovo corso Pensare la vita dedicato alle Vite che cambiano, con la lezione Gli estremi della vita:la nascita e la morte

Vi aspettiamo alle ore 18 presso il Cinema Astra, p.le Volta 3 – Parma.  Ingresso gratuito.
Moderatore: Chiara Tortora

Cliccate qui per la scheda della lezione

Da un passo di Platone, Simposio, dal discorso di Diotima:

“La natura mortale cerca con ogni mezzo di perpetuarsi e di essere immortale. E può riuscirvi solo per questa via, mediante la riproduzione, perché lascia sempre un giovane al posto di un vecchio. (…) Se soltanto vuoi guardare la brama di gloria che è negli uomini, ti stupirai della loro follia, a meno che tu non richiami alla mente ciò che ti ho detto, considerando cioè quanto tremenda sia la brama di divenire famosi e imperitura eterna gloria acquistarsi, e come per questo siano pronti a rischiare ogni rischio. Credi tu che Alcesti sarebbe morta per Admeto o Achille avrebbe voluto seguire Patroclo nella morte, se essi non avessero pensato che così sarebbe rimasta imperitura la fama della loro virtù, che noi ora serbiamo? Certo no – continuava – ma, credo, proprio in vista della virtù immortale e di questa fama gloriosa, ognuno fa di tutto, e tanto più quanto è migliore: perché ama l’immortalità. Coloro però che sono fecondi nel corpo si volgono per lo più alle donne, e per questa via perseguono l’amore, perché pensano di procurarsi per tutto il tempo futuro l’immortalità, il ricordo e la felicità mediante la procreazione dei figli. Ma quelli che sono fecondi nell’anima… Di queste cose (il pensiero e ogni altra virtù) sono generatori tutti i poeti e quanti degli artisti sono detti inventori, ma la forma più alta e più bella del pensiero concerne la costituzione degli stati e delle case, che si chiama appunto saggezza e giustizia”.

Da Aldo Capitini, Religione aperta, Parma 1955, ristampa 2011, p. 7:

«Quando incontro una persona, e anche un semplice animale, non posso ammettere che poi quell’essere vivente se ne vada nel nulla, muoia e si spenga, prima o poi, come una fiamma. Mi vengono a dire che la realtà è fatta così, ma io non accetto. E se guardo meglio trovo anche altre ragioni per non accettare la realtà così com’è ora: perché non posso approvare che la bestia più grande divori la bestia più piccola, che dappertutto la forza, la potenza, la prepotenza prevalgano: una realtà fatta così non merita di durare. È una realtà provvisoria, insufficiente, e io mi apro a una sua trasformazione profonda, a una sua liberazione dal male nelle forme del peccato, del dolore, della morte. Questa è l’apertura religiosa fondamentale, e così alle persone, agli esseri che incontro, resto unito intimamente per sempre qualunque cosa loro accada, in una compresenza intima, di cui fanno parte anche i morti; i quali non sono né finiti né stanno a fare cose diverse da noi, ma sono uniti a noi, cooperanti, a fare il bene, i valori che facciamo, e che nessuno può vantarsi di fare da sé. Così anche chi è, per ora, sfinito, pallido, infermo, e pare che non faccia nulla di importante; anche chi è sfortunato, pazzo (per ora), è una presenza e un aiuto unito a tutti».

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