Seconda lezione di “Pensare la vita”: oggi Italo Testa ci parlerà di “Politica: disillusione e prospettive di cambiamento”

3 Mar

ImmagineOggi, lunedì 3 marzo, Italo Testa terrà la seconda lezione del corso Pensare la vita dedicato alle Vite che cambiano. Ci parlerà di “Politica: disillusione e prospettive di cambiamento”  

Vi aspettiamo alle ore 18 presso il Cinema Astra, p.le Volta 3 – Parma.  Ingresso gratuito.
Moderatore: Simona Bertolini

Cliccate qui per la scheda della lezione

Da La certosa di Parma di Stendhal, un passo scelto da Italo Testa:

– Ebbene, monsignore, – diss’egli a Fabrizio, – a Napoli la gente è felice? È amato il re? – Altezza Serenissima, – Fabrizio fu pronto a rispondere, – ho avuto modo di ammirare passando per strada l’eccellente contegno dei soldati sei diversi reggimenti di S. M. il re; la gente per bene è rispettosa verso i suoi governanti come deve esserlo; ma non sarei in grado di dire di più; in vita mia, confesso, non ho mai tollerato che la gente del basso ceto mi parlasse d’altro che del lavoro per cui la pago. «Capperi! – pensò il principe, – che accidente! Ecco un uccello bene imbeccato! In questa risposta ci sento lo zampino della zia». Messo il punto il principe impiegò tutta la sua abilità per far parlare Fabrizio sullo scabroso argomento. Il giovane eccitato dal pericolo ebbe la fortuna di trovare ben azzeccate risposte: – è quasi mancare di rispetto, – egli diceva, – ostentare dell’amore del proprio re; è l’obbedienza cieca che gli si deve. Davanti a tanta prudenza, il principe provò quasi stizza: eccolo l’uomo di spirito che ci arriva qui da Napoli; non mi vanno questi tipi; un uomo di spirito ha un bel camminare sulla via dei retti principi; s’anche lo fa in buona fede, sempre per qualche lato è cugino germano di Voltaire e di Rousseau. Il principe vedeva quasi una provocazione nei modi quanto mai riguardosi e nelle risposte così irreprensibili del giovane, uscito pur mo’ di collegio; quel che aveva previsto non succedeva: mutato di colpo registro prese un tono bonario, e risalendo in poche parole ai grandi principi che reggono il governo e la società, snocciolò, adattandola alla circostanza, qualche frase di Fénelon che gli avevano fatto imparare a memoria dall’infanzia perché se ne servisse nelle pubbliche udienze. – Vi stupiscono questi principi, giovanotto, – diss’egli a Fabrizio (l’aveva chiamato monsignore al principio dell’udienza e contava di ridargli quel titolo congedandolo; ma nel corso della conversazione trovava più abile, più adatto ad un’intonazione patetica, rivolgerglisi con un piccolo nome amichevole); – vi stupiscono questi principi, giovanotto; certo, somiglian poco a quelle pillole d’assolutismo (fu l’espressione di cui si servì) che si posson leggere ogni giorno sulla mia gazzetta ufficiale. Ma, gran Dio, quali autori vi vengo adesso a citare? Gli scrittori del mio giornale vi sono completamente sconosciuti. – Chiedo scusa a Vostra Altezza Serenissima; non solo leggo il giornale di Parma, che mi sembra assai ben redatto, ma sono anch’io persuaso con gli scrittori del giornale che tutto ciò che è stato fatto dopo il 1715, dalla morte di Luigi XIV in poi, è il tempo stesso un delitto e una stupidità. L’interesse più grande che l’uomo ha è la salvezza dell’anima che sola gli assicura una felicità eterna: è questo un punto sul quale non può esservi discussione. Le parole libertà, giustizia, benessere della massa, sono infami e delittuose; esse danno alle menti l’abitudine della discussione della diffidenza.Una camera dei deputati diffida di ciò che quelli chiamano ministero. Una volta contratta questa fatale abitudine della diffidenza l’uomo nella sua debolezza comincia ad applicarla a tutto, arriva a diffidare della Bibbia, degli ordini della Chiesa, della tradizione e così via; da quel momento è perduto. Quand’anche questa diffidenza verso l’autorità dei principi stabiliti da Dio desse all’uomo la felicità durante i venti o trenta anni di vita cui ciascuno di noi può pretendere – e il dire ciò, come falsissimo altrettanto è criminale – che cosa rappresenta un mezzo secolo ed anche un intero secolo paragonato ad un’eternità di supplizi? – e seguitò su quel tono. Dal modo in cui Fabrizio parlava si vedeva che cercava di presentare le sue idee così da renderle il più possibile accettabili dal suo ascoltatore: era chiaro che non recitava un imparaticcio. Presto il principe rinunciò a discutere col giovane, imbarazzato com’era dai suoi modi semplici a un tempo e gravi. – Addio, monsignore, – lo congedò bruscamente, – vedo che nell’accademia ecclesiastica di Napoli s’impartisce un’eccellente educazione ed è ben naturale che quando questi buoni principi cadono in un animo qual è il vostro, diano brillanti risultati. Addio – . E gli voltò le spalle.

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