Lunedì prossimo Luca Aversano terrà la quinta lezione. Parleremo de “La musica come linguaggio del cuore e della mente”

20 Mar

ImmagineSiamo giunti al quinto incontro. Il fulcro della nostra discussione interesserà La musica come linguaggio del cuore e della mente: questo è il titolo della lezione tenuta dal professor Luca  Aversano. Moderatore sarà Giuseppe Martini. Vi aspettiamo alle ore 18 presso il cinema Astra di Parma.

Il relatore, Luca Aversano, è professore associato di Storia della musica e Storia del melodramma all’Università di Roma Tre. Ha conseguito il dottorato in Musicologia all’Università di Colonia e ha insegnato Storia e critica del  testo musicale all’Università di Parma. Ha lavorato al progetto del «Lessico delle Arti e dello Spettacolo» dell’Università di Firenze. Diplomato in violino, dal 2000 è direttore responsabile artistico dell’Orchestra Universitaria di Parma, dopo aver collaborato con istituzioni musicali in Italia e Germania.

Cliccando qui potrete scaricare la scheda della lezione di Aversano- La musica come linguaggio del cuore e della mente

Vi ricordiamo inoltre, che nella nostra pagina dedicata ai Filmati, potete trovare le registrazioni delle prime due lezioni.

Di seguito, un passo scelto dal relatore, tratto da: Jean-Jacques Rosseau, Essai sur l’origine des langues.

L’origine della musica.

Jean-Jacques Rousseau (1712, Ginevra - 1778, Ermenonville)

Jean-Jacques Rousseau (1712, Ginevra – 1778, Ermenonville)

“Con le prime voci si formano le prime articolazioni o i primi suoni, a seconda del tipo di passione che avrebbe dettato le une o gli altri. La collera strappa grida minacciose, articolate dalla lingua e dal palato; ma la voce della tenerezza è più dolce e viene modificata dalla glottide e questa voce diventa così un suono, i cui accenti sono più o meno frequenti, le inflessioni più o meno acute a seconda del sentimento che le ispira. Così la cadenza e i suoni nascono con le sillabe, la passione fa parlare tutti gli organi e orna la voce di tutto il loro splendore: così i versi, i canti e le parole hanno un’origine comune. Attorno alle fonti di cui ho parlato, i primi discorsi furono anche le prime canzoni; i ritorni periodici e misurati del ritmo, le inflessioni melodiose degli accenti fecero nascere la poesia e la musica con il linguaggio, o piuttosto tutto ciò era la lingua stessa di quei felici climi e di quei felici tempi in cui gli unici bisogni che urgevano e che richiedevano il concorso altrui erano quelli sollecitati dal cuore.
Le prime cronache, le prime arringhe, le prime leggi furono in versi; la poesia nacque prima della prosa. Dovette essere così perché le passioni parlarono prima della ragione. La stessa cosa avvenne per la musica; in origine non vi fu che la melodia, e la melodia non era formata che dal suono variato dalle parole, gli accenti formavano il canto, le quantità costituivano il ritmo e si parlava sia con il suono che con il ritmo che con le articolazioni e le voci. Strabone diceva che un tempo parlare e cantare era la stessa cosa; il che dimostra, aggiungeva, che la poesia era la fonte dell’eloquenza. Era più giusto dire che l’una e l’altra ebbero la stessa origine e che un tempo erano la medesima cosa. Se si pensa al modo con cui si formarono le prime società, c’è forse da stupirsi se le prime cronache e le prime leggi erano in versi? È forse strano che i primi grammatici sottomettessero la loro arte alla musica o fossero maestri in entrambe le arti?
Una lingua che possieda solamente articolazioni e voci non ha che metà delle sue ricchezze; essa può rendere le idee, questo è vero, ma per rendere sentimenti e immagini ci vuole anche il ritmo e il suono, cioè la melodia: ecco ciò che aveva la lingua greca e ciò che manca alla nostra. Ci si meraviglia sempre per gli effetti prodigiosi dell’eloquenza e della poesia presso i Greci, ma questi effetti sono estranei al nostro spirito perché ormai non sentiamo più allo stesso modo, e tutto ciò che possiamo fare, dal momento che vi sono così precise testimonianze, è di mostrare di prestarvi fede, per compiacere ai nostri studiosi. Burette, avendo trascritto come ha potuto nostra notazione alcuni brani di musica greca, ebbe la dabbenaggine di farli eseguire all’Accademia di belle lettere e gli accademici ebbero la pazienza di ascoltarli. Ammiro il coraggio di tentare un’esperienza del genere in un paese la cui musica è indecifrabile per tutti gli altri paesi. Se fate eseguire un monologo di un’opera francese a un qualsiasi musicista straniero, vi sfido a riconoscerlo. Tuttavia sono questi stessi Francesi che pretenderebbero di giudicare la melodia di un’ode di Pindaro musicata duemila anni or sono!
Ho letto che un tempo gli indiani d’America, vedendo l’effetto delle armi da fuoco, raccoglievano per terra proiettili dei fucili; poi gettandoli con le mani, e facendo un gran rumore con la bocca, si stupivano molto di non aver ucciso nessuno. I nostri oratori, i nostri musicisti, i nostri studiosi rassomigliano a questi indiani. Il prodigio non consiste nel fatto che con la nostra musica non produciamo più gli stessi effetti dei Greci con la loro; ci sarebbe da stupirsi invece che con mezzi così diversi si ottenessero gli stessi effetti”.  Jean-Jacques Rosseau, Essai sur l’origine des langues, Genève 1781. In E. Fubini, Musica e cultura nel Settecento europeo, Torino, Edt, 1986, pp. 93-94.

 

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