Siamo al sesto incontro. Lunedì 30 marzo parliamo di “Etica del piacere ed etica della virtù” con Fulvia De Luise

27 Mar

felicita_h_partbSiamo giunti al sesto incontro della quinta edizione di Pensare la vita. Lunedì 30 marzo, alle ore 18 presso il cinema Astra di Parma, Fulvia De Luise terrà una lezione intitolata Etica del piacere ed etica della virtù. Moderatore sarà Marina Savi. Di seguito vi riportaimo alcuni passi tratti da tre classici della filosfi antica morale, Epicuro, Cicerone e Seneca, che aiuteranno la riflessione proposta dalla relatrice. Cliccando qui potrete scaricare la scheda lezione De Luise.

Vi ricordiamo che nella pagine Filmati trovate le registrazioni delle scorse lezioni. Augurandovi buona Pasqua, vi diamo appuntamento il 13 aprile per la penultima lezione, che sarà tenuta da Alberto Meschiari.Di seguito i passi scelti da Fulvia De Luise:

Epicuro. Lettera a Meneceo
“128  Una sicura conoscenza di questi [tipi di desideri] sa ricondurre ogni atto di scelta e di ripulsa alla salute del corpo e alla tranquillità (ataraxian) dell’anima, poiché questo è il fine della vita beata (tou makarios zen esti telos). In vista di questo, infatti, compiamo tutte le nostre azioni, per non soffrire né avere turbamento. Ma quando una buona volta questo accade per noi, si scioglie ogni tempesta dell’anima, poiché a quel punto l’essere vivente non ha da incamminarsi verso qualcosa che manca, né altro da cercare con cui possa colmare il bene dell’anima e del corpo. Allora infatti abbiamo bisogno del piacere, quando soffriamo per la sua assenza; <quando non soffriamo>, non abbiamo bisogno del piacere.
129 E per questo diciamo che il piacere è principio e fine del vivere beatamente. Questo, infatti, sappiamo che è il bene primo e a noi connaturato, e da esso prendiamo le mosse per ogni atto di scelta e di ripulsa, e ad esso ci rifacciamo come a un canone giudicando ogni bene sulla base dell’affezione (to pathei). E poiché questo è il bene primo e connaturato, per questo inoltre non tutti i piaceri noi scegliamo, ma accade anche che molti piaceri tralasciamo, quando un dispiacere maggiore consegue da essi per noi; e molti dolori li consideriamo migliori dei piaceri, quando un piacere maggiore consegua per aver sopportato a lungo i dolori. Tutti i piaceri dunque, per il fatto di avere natura a noi congeniale, sono buoni, ma non tutti sono da scegliere; così come anche tutti i dolori sono male, ma non tutti sono sempre per natura da fuggire.
130 Quindi è in base al calcolo e alla considerazione degli utili e dei danni che bisogna giudicare tutte queste cose. Sperimentiamo infatti in talune circostanze il bene come un male, e di converso il male come un bene.
[…] 131 Quando dunque diciamo che il piacere è il fine ultimo (telos), non intendiamo i piaceri dei dissoluti o quelli delle crapule, come credono alcuni che ignorano o non condividono o ci interpretano male, ma il non soffrire nel corpo né provare turbamento nell’anima.
132  Non bevute e feste continue, né i godimenti di fanciulli e di donne, né di pesci né di quante altre cose offre una lauta mensa genera vita piacevole (hedyn), ma il ragionamento sobrio che indaghi le cause di ogni atto di scelta e di ripulsa, che scacci le false opinioni dalle quali nasce quel grandissimo turbamento che prende le anime.
Di tutte queste cose, principio e massimo bene è la saggezza pratica (phronesis); per questo anche più apprezzabile della filosofia è la saggezza pratica, dalla quale provengono tutte le altre virtù, che insegna come non è possibile vivere con piacere (hedeos) senza che questo significhi anche vivere con saggezza, bellezza e giustizia <né con saggezza, bellezza, giustizia>, senza che sia anche vivere con piacere. Le virtù sono infatti connaturate al vivere con piacere, e il vivere con piacere è inseparabile da esse”.

Cicerone. De finibus, III, 22, 75-76
“Con quanta solennità, magnificenza, fermezza è costruita [dagli Stoici] la rappresentazione del sapiente! Costui, quando la ragione gli ha insegnato che ciò in cui consiste il valore morale (honestum) è esso stesso il solo bene, è necessario che sia sempre felice e che meriti realmente tutti quegli appellativi che gli incompetenti sono soliti irridere. Più corretto sarà per lui il nome di re di quanto lo sia stato per Tarquinio, che non riuscì a governare né se stesso né i suoi […] Correttamente (recte) si darà ogni titolo a colui che è il solo a saper usare ogni cosa; correttamente sarà chiamato anche ‘bello’ – i lineamenti dell’animo sono più belli di quelli del corpo – corretto sarà considerarlo il solo libero, non sottomesso al potere di nessuno né schiavo del desiderio; mai vinto, poiché anche nel caso che il suo corpo fosse imprigionato, nessun laccio potrebbe essere imposto al suo animo; e non si aspetti nessuna stagione della vita per giudicare se sia stato felice (beatus), quando sarà concluso con la morte l’ultimo giorno, perché non sapientemente ammonì Creso uno dei sette sapienti [Solone]; se infatti fosse mai stato realmente felice avrebbe condotto vita beata fino a quel famoso rogo innalzato per lui da Ciro. Ma se è così, se nessun uomo se non l’uomo buono e se tutti i buoni sono felici, che cosa c’è di più degno d’onore della filosofia, che cosa c’è di più divino della virtù?

Seneca. Lettere a Lucilio, 92
Tu sarai d’accordo con me, io penso, in questo: che si ricercano i beni materiali per il benessere del corpo, che si ha cura del corpo per riguardo dell’anima, che nell’anima vi sono, al servizio dell’elemento principale, parti inferiori per mezzo delle quali noi ci muoviamo e ci alimentiamo. In questo elemento principale vi è una parte irrazionale e una parte razionale. La prima è soggetta alla seconda: solo questa non dipende da alcun’altra, ma tutto dipende da lei. Infatti, come la ragione divina presiede a tutto ed essa a nessuna cosa è sottoposta, così lo stesso avviene nella nostra ragione che deriva da quella.
Se siamo d’accordo su questo, dovremo anche ammettere che la felicità (beatam vitam) consiste solo nella perfetta ragione (ratio perfecta). Infatti questa sola non si abbatte, ma affronta l’avversa fortuna: in qualunque circostanza rimane… l’unico bene è poi quello che non può essere intaccato. È felice colui che in nessun caso subisce diminuzione; egli sta nel punto più alto e non si appoggia che a se stesso, perché chi cerca un sostegno negli altri può sempre cadere. Altrimenti comincerà ad acquistare grande valore in noi quello che non è nostro. Nessun saggio pretende che la fortuna sia stabile, o ammira se stesso per i beni che non gli appartengono. Che cos’è dunque la felicità? È un costante senso di sicurezza e di tranquillità e deriva da un animo grande che conserva stabilmente un retto giudizio.

La relatrice: Fulvia De Luise insegna Storia della filosofia antica nell’Università di Trento. Insieme a Giuseppe Farinetti ha pubblicato Felicità socratica (1997), Storia della felicità (2001), il manuale di storia della filosofia per i licei Lezioni di storia della filosofia (2010) e l’antologia I filosofi parlano di felicità (2014).

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