Siamo giunti all’ultima lezione. Lunedì 20 aprile termina questa quinta edizione con l’intervento di Elena Pulcini su “Passioni e legami sociali”

16 Apr
Thomas Hobbes (1588- 1679)

Thomas Hobbes (1588- 1679)

Anche questa quinta edizione di Pensare la vita sta volgendo al termine; dopo sette lezioni, che ci hanno accompagnato a partire da febbraio, siamo giunti all’ultimo incontro, in programam per lunedì 20 aprile. Differenti e interessanti sono stati gli interventi dei relatori che ci hanno aiutato a riflettere su importanti tematiche riguardanti il complesso rapporto fra ragione e passione. Potrete trovare le riprese video degli incontri nella pagina filmati. Vi ringraziamo per avere partecipato, e vi invitiamo all’ultima lezione tenuta da Elena Pulcini, come sempre alle ore 18 presso il cinema Astra. Chiudiamo questa edizione discutendo di Passioni e legami sociali. Moderatore sarà Simona Bertolini. Cliccando qui potete scaricare la scheda della lezione Pulcini_Passioni e legami sociali

Per condurre la riflessione riporatimo di seguito un passo proposto dalla relatrice, tratto da un classico della filosofia politica, il De Cive di Hobbes:

1028173“La massima parte di coloro che hanno trattato delle repubbliche, suppongono, o pretendono, o postulano, che l’uomo sia animale atto per nascita alla società, i greci dicono ζωον πολιτιχον; e su questo fondamento edificano la dottrina civile, come occorresse altro che il consenso degli uomini riguardo a certi patti e condizioni, che chiamano senz’altro leggi. Questo assioma, sebbene accolto da molti, è falso; e l’errore è derivato da una considerazione troppo superficiale della natura umana. Infatti, esaminando più a fondo le cause per cui gli uomini si riuniscono e godono della società reciproca, risulterà senz’altro evidente che ciò non avviene in modo che per natura non possa accadere diversamente, ma per accidente. Se infatti l’uomo amasse l’uomo naturalmente, cioè in quanto uomo, non vi sarebbe nessuna ragione perché ciascuno non dovesse amare ugualmente ciascun altro, in quanto ugualmente uomo, o perché dovesse preferire di frequentare coloro, dalla cui società possono derivare a lui (piuttosto che ad altri), onore e utile. Quindi non cerchiamo per natura dei soci, ma di trarre da essi onore e vantaggio: questi desideriamo in primo luogo, quelli secondariamente. L’intento con cui gli uomini si riuniscono si può ricavare da quello che fanno dopo essersi riuniti. Se infatti si incontrano per commerciare, ciascuno ha più del timore reciproco che dell’amore, e da cui può sorgere una fazione, ma non un vero affetto. Se si incontrano per intrattenersi, e divertirsi, ciascuno si compiace delle cose che suscitano il riso grazie a cui può (secondo la natura del ridicolo) giungere ad un’immagine più gradevole di sé, confrontandosi con l’altrui bruttezza e debolezza. E anche se ciò è talvolta innocuo e inoffensivo, resta però chiaro che costoro non si dilettano della compagnia, ma dalla loro gloria. Del resto, in queste riunioni per lo più si dà addosso agli assenti, se ne esaminano, giudicano, condannano e volgono in ridicolo la vita, i detti e i fatti. E neppure chi partecipa alla conversazione e risparmiato, non appena abbandona la riunione; così che non aveva tutti i torti quella persona che era solita lasciare per ultima il luogo della conversazione. Queste sono dunque le vere delizie della società, cui siamo condotti dalla natura, cioè dalle passioni insite in ogni essere vivente; finché per un danno subìto o per un insegnamento ricevuto non accade (e per molti ciò non accade mai) che il ricordo del passato ne cancelli il desiderio presente. Se questo non avviene, quello che dicono a tale riguardo gli uomini anche più eloquenti, resta insulso e sterile. Se poi capita che i membri della riunione raccontino degli aneddoti, e uno di loro ne narri uno che lo riguarda, tutti gli altri cominciano subito a parlare di sé con grande passione; e se qualcuno racconta un fatto straordinario, gli altri riportano dei miracoli, se ne hanno; e altrimenti, li inventano. Infine, per parlare di quelli che pretendono di essere più saggi degli altri, se ci si incontra per filosofare, quanti sono quelli che si incontrano, altrettanti vogliono insegnare agli altri, ed essere considerati dei maestri; altrimenti, non solo non si amano l’un l’altro, come avviene per le altre persone, ma si attaccano con odio. Dunque è chiaro per esperienza a tutti coloro che hanno esaminato con attenzione le cose umane, che ogni riunione spontanea è conciliata dal bisogno reciproco o dal desiderio di gloria; e coloro che si uniscono, cercano di ricavare un vantaggio, o un ευδοχιμειν, stima e onore presso i soci. Alla medesima conclusione si giunge con la ragione, a partire dalle stesse definizioni di volontà, bene, onore e utile. Poiché infatti la società si stringe volontariamente, in ogni società si deve cercare l’oggetto della volontà, cioè quello che a ciascuno di coloro che si uniscono sembra essere il proprio bene. Ma tutto ciò che sembra bene, è piacevole, e si riferisce agli organi o all’animo. Ogni piacere dell’animo consiste nella gloria (cioè nell’avere una buona opinione di sé), o si riferisce in ultimo alla gloria. Gli altri beni sono sensuali e possono tutti essere designati con il nome di utile. Dunque, ogni società si forma per l’utile o per la gloria, cioè per amore di sé e non dalla ricerca della gloria, perché il gloriarsi, come l’onore, consiste nel confronto e nella superiorità; e quindi non spetta a nessuno, quando spetta a tutti. Se poi qualcuno trova in sé motivo per gloriarsi, non può trarre nessun giovamento dalla società altrui. Infatti il valore di ciascuno consiste in quello che può fare senza l’aiuto degli altri. Sebbene poi le cose utili a questa vita possono essere accresciute con l’aiuto reciproco, questo può avvenire molto meglio con il dominio sugli altri, piuttosto che entrando in società con essi; per cui non si deve dubitare che, se non vi fosse il timore, gli uomini sarebbero portati dalla natura molto più a desiderare il dominio che la società. Si deve quindi stabilire che le società grandi e durevoli hanno tratto origine non dalla benevolenza reciproca degli uomini, ma dal timore reciproco”
T. Hobbes, De Cive, Editori Riuniti, Roma 1981, pp.80-82.

La relatrice: Elena Pulcini Professore ordinario di Filosofia sociale presso il Dipartimento di Scienze Politiche e Sociali dell’Università di Firenze, insegna presso il Dipartimento di filosofia di Firenze. Da sempre interessata al tema delle passioni, dell’individualismo moderno e del legame sociale, ha sviluppato in quest’ambito anche una riflessione sul soggetto femminile. Più di recente, ha concentrato la sua attenzione sulle trasformazioni antropologiche dell’età contemporanea e sui possibili fondamenti emotivi di una nuova etica, proponendo una filosofia della cura per l’età globale. Tra i suoi lavori recenti, alcuni dei quali tradotti nelle principali lingue europee:  L’individuo senza passioni. Individualismo moderno e perdita del legame sociale (Bollati Boringhieri, 2001, rist. 2005/2011/13); Il potere di unire. Femminile, desiderio, cura (Bollati Boringhieri, 2003); La cura del mondo. Paura e responsabilità nell’età globale (Bollati Boringhieri 2009); Invidia. La passione triste (Il Mulino 2011). E’ co-curatrice dei volumi  Filosofie della globalizzazione (ETS, 2001) e Umano post-umano. Potere, sapere, etica nell’età globale (Editori Riuniti, 2004). Il suo libro La cura del mondo… ha ottenuto il primo Premio di Filosofia “Viaggio a Siracusa”  2009.

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