Edizione 2012

logo quadrato“I messaggi dei granfi filosofi”

Presentazione

Dopo il successo del primo corso di formazione filosofica «di base», dedicato alle «domande fondamentali della filosofia, se ne è svolto a Parma, da febbraio ad aprile del 2012 un secondo che ha avuto per tema i «messaggi dei grandi filosofi». Le lezioni del primo corso sono state raccolte in un volumetto edito in questa stessa collana. La progettazione dei due cicli di lezioni, nati entrambi sotto la felice insegna “Pensare la vita” , si deve all’Associazione La ginestra, che opera da quindici anni nella città nel campo editoriale e della formazione. Le lezioni sono state tenute in un cinema, il cinema Astra, per consentire di assistervi a un pubblico numeroso – mediamente di 400 persone. Mentre si assiste a un calo di iscrizioni degli studenti universitari, anche nelle Facoltà filosofia, dovuto presumibilmente alle sempre più scarse possibilità di lavoro, rimane inalterata e, si direbbe, si rinforza, la domanda di filosofia da parte di adulti, di età diversa e spesso matura, provenienti dalle professioni più diverse, come attesta il richiamo degli innumerevoli festival di filosofia e di iniziative divulgative di vario genere rivolte a non specialisti.

Non è facile capire quali siano le attese da parte del pubblico dell’Astra. Più facile dire quali sono state le intenzioni da parte degli organizzatori. L’intento non è stato quello di dare una ricostruzione minuziosa e scolastica del pensiero dei filosofi presentati, ma di indicare per quali aspetti essenziali il loro messaggio è ancora vitale.  Il fatto che fossero rivolte a un pubblico per così dire «ingenuo» ha fatto sì anzi che la notorietà dei relatori non pesasse in modo significativo nel giudizio degli uditori, i quali hanno apprezzato piuttosto le doti di chiarezza e soprattutto la capacità di presentare il filosofo prescelto in modo «appassionato».

Infatti, tra i tanti filosofi importanti, che i manuali scolastici definiscono «grandi» – troppi perché potessero essere trattati in un corso breve – ciascun relatore ha scelto quello o uno di quelli che ha avuto una particolare rilevanza nella propria stessa formazione. Con questa testimonianza lo ha perciò stesso iscritto nel ruolo dei grandi. Salvo Socrate, a cui appartiene un ruolo indiscusso di iniziatore, gli altri sono vissuti negli ultimi duecento anni, cioè nel periodo in cui sono stati formulati i problemi con cui continuiamo a confrontarci noi contemporanei. Sebbene nel loro complesso non costituiscano una tradizione omogenea, parecchi di loro hanno intrecciato strettamente le loro riflessioni, spesso sistematiche, alle istanze provenienti dalle loro vite.

In un dibattito giornalistico aperto l’estate scorsa da Roberto Esposito sulle pagine della “Repubblica” è stato posto un interrogativo circa l’utilità delle numerose iniziative di divulgazione filosofica di cui le città italiane sono costellate.  Chi le organizza può nutrire il sospetto che, al di là del successo che sembrano incontrare, lascino le cose immutate, cioè non producano nessuna apprezzabile trasformazione in chi vi partecipa. Che siano soltanto una moda o, al più, una maniera più qualificata di passare il tempo.

Ma ci sono segnali che confortano i promotori di simili iniziative. Sebbene non ci sia nessun obbligo di frequenza né controllo dell’apprendimento – non siamo certo a scuola – la maggioranza dei corsisti frequenta le lezioni con assiduità ed affezione. Dobbiamo pre­sumere che qui sia in gioco una volontà di sapere e di comprendere, che va al di là dell’utilità pratica che si può trarre da certe forme di conoscenza. La consuetudine con argomentazioni che non appartengono alla logica del quotidiano può favorire nuovi modi di inquadrare le proprie esperienze. In un’epoca in cui troppe persone  obbediscono alle suggestioni della piazza o dei talk-show gridati, tutto ciò che favorisce l’abitudine a crearsi proprie convinzioni mediante argomentaioni sembra particolarmnete importante. Non è detto che questo si traduca meccanicamente in una più elevata coscienza civile, come molti forse auspicherebbero, è probabile che il livello al quale si pongono le nuove «scoperte» resti quello più elementare della «vita» e che le trasformazioni che avvengono a questo livello si traducano solo indirettamente in quei comportamenti civicamente maturi di cui oggi si avverte l’urgenza.

Ma perché in fondo tutto deve essere valutato? La profondità resta fortunatamente invisibile allo sguardo degli onnipresente valutatori da cui siamo cir­condati.

Ferruccio Andolfi

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