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Nuovi filmati disponibili

16 Apr
Nella pagina dell’edizione 2013 dedicata ai filmati, sono ora disponibili le riprese della terza lezione: Alberto Siclari, Libertà e grazia in Lutero, della sesta lezione: Paolo Cristofolini, Ragione e passioni in Spinoza, e della settima: Elena Pulcini, Libertà e uguaglianza in Tocqueville. 
Per vedere i video clicca qui.
A breve saranno disponibili i filmati di tutte le lezioni.

Film

Lunedì 15 aprile parliamo di “Libertà e uguaglianza in Tocqueville” con Elena Pulcini

12 Apr
Alexis de Tocqueville (Parigi 1805 – Cannes1859)

Alexis de Tocqueville (Parigi 1805 – Cannes1859)

Lunedì prossimo, 15 aprile,  si terrà il settimo e penultimo incontro dell’edizione 2013 di Pensare la vita.
Con Elena Pulcini rifletteremo sull’opposizione di Libertà e uguaglianza in Tocqueville.
Moderatore: Marina Savi.

Di seguito il testo base della lezione fornito dalla relatrice:

 QUALE TIPO DI DISPOTISMO DEBBONO PAVENTARE LE NAZIONI DEMOCRATICHE

Credo, dunque, che la forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo, i nostri contemporanei non ne  potranno trovare l’immagine nei loro ricordi. Invano anch’io cerco un’espressione che riproduca e contenga esattamente l’idea che me ne sono fatto, poiché le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome.

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria.

Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?

Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. L’eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche considerarle come un beneficio.

Così, dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo.

Tocqueville, La democrazia in America, vol. II, parte quarta, cap. 6.

Qui potete trovare il testo base in formato pdf: Elena Pulcini- Libertà e uguaglianza in Tocqueville

Lunedì 11 marzo parleremo di “Libertà e grazia in Lutero” con Alberto Siclari

6 Mar

lutero

Lunedì prossimo, 11 marzo, in occasione della terza lezione del corso Pensare la vita. Il senso degli opposti, il professor Alberto Siclari ci parlerà di Libertà e grazia in Lutero. Fabrizio Amerini sarà il moderatore.

Qui potete trovare la scheda completa della lezione:

Alberto Siclari – Libertà e grazia in Lutero.

Mentre nella pagina Libri consigliati troverete i titoli di alcuni testi indicati da Alberto siclari.

Nell’Elogio della follia, pubblicato per la prima volta nel 1511, il monaco agostiniano Erasmo da Rotterdam, dopo aver messo in luce come l’esistenza umana sia tutta attraversata, gravata e sorretta, da forme diverse e persino contrastanti di follia, viene a parlare della carità, “la follia di Dio”, “la follia della croce”, la follia della suprema libertà, per cui in Cristo Dio stesso, “vestite le umane spoglie, […] si è fatto anche peccato per risanarci dai peccati”. Talora si considera l’Elogio soltanto una satira gustosa, trascurando questa parte conclusiva, ma essa ne è forse la miglior chiave di lettura: al folle brancolare dell’uomo può porre riparo soltanto la follia di Dio.

Negli stessi anni, un altro monaco agostiniano, Martin Lutero, spirito certamente non meno religioso di Erasmo, si interroga tormentosamente sulla condizione umana, sulla follia dell’uomo peccatore, «che non vede se stesso e pensa di godere ottima salute», mentre è sospeso sul baratro della morte e della dannazione (Salmi penitenziali, in Scritti religiosi di Martin Lutero, a cura di Valdo Vinay, UTET, San Benigno Canavese 1978 (1967), 98). E trova la risposta ai suoi tormenti, anche lui, nella “follia di Dio”, che in Cristo si è fatto «maledizione» (Gal. 3,13) e «peccato» (2 Cor. 5,21) per la salvezza dell’uomo.

La valorizzazione della tematica paolina della grazia accomuna, dunque, e non è un caso, i due monaci. Tuttavia, sulla parte che in vista della salvezza spetta all’uomo vi è fra di loro un contrasto insanabile, che li porterà a scrivere, l’uno contro l’altro, il Libero arbitrio e il Servo arbitrio. L’uno, infatti, Erasmo, è convinto che nell’uomo vi sia sempre una traccia viva della follia del creatore: umiliata e distorta dal peccato, nell’uomo vi è sempre la capacità di aprirsi, con l’aiuto divino, all’“ineffabile influsso di quel sommo Bene che tutto trae a sé” (Elogio della follia, 46). L’altro, Lutero, sostiene che l’uomo è ineluttabilmente prigioniero del peccato, e che soltanto l’addossarsi ogni male che Dio ha compiuto in Cristo, supremo atto d’amore della libertà onnipotente, “riveste” l’uomo di fede del manto della giustizia, per cui egli è “assieme peccatore e giusto”, condannato e salvato.

Soltanto la fede e la fede sola salva. Ma la fede è grazia, è un dono dell’imperscrutabile volere eterno di Dio, che può darlo ad alcuni e non darlo ad altri. Sullo sfondo della teologia luterana si viene così a stagliare l’idea della predestinazione, nonostante essa ripugni “alla signora ragione, più comunemente chiamata ragione umana”, come Lutero si esprime (Servo arbitrio, Weimarer Ausgabe, 18, 728), e sia apparsa scandalosa allo stesso Lutero.

Quattro secoli dopo di lui, sviluppando la sua fondamentale “illuminazione”, il calvinista Karl Barth proporrà una lettura liberatoria di questa presenza incombente. La “doppia predestinazione”, alla salvezza e alla condanna, deve intendersi come elezione dell’umanità in Cristo, nel quale il “sì” di Dio sulla salvezza dell’uomo e il “no” sul suo peccato sono entrambi reali, ma il “no” è stato inchiodato e cancellato sulla croce. Noi, precisa Barth, «conosciamo in realtà soltanto un trionfo dell’inferno ed è l’abbandono di Gesù Cristo; e sappiamo che questo trionfo ha avuto luogo affinché non ce ne fossero mai più altri, affinché l’inferno non potesse più vincere nessuno. […] Gesù Cristo è il riprovato per eccellenza; in lui infatti Dio è diventato un riprovato, ed in lui ha toccato il fondo della riprovazione. […] Non conosciamo nessuno che Dio abbia veramente e definitivamente abbandonato a se stesso; non conosciamo che un solo essere abbandonato e perduto, ossia Gesù Cristo; egli è stato perduto (ma anche ritrovato) affinché nessuno, a parte lui, lo fosse» (La dottrina dell’elezione divina. Dalla Dogmatica Ecclesiastica, a cura di A. Moda, UTET, Torino 1983, pp. 947-948).

La scandalosa enormità del dono sembra riproporre l’ipotesi origeniana della redenzione universale. Un’ipotesi che molti teologi, riformati e cattolici, oggi non respingono, ma che è destinata a rimanere tale. Anzitutto perché l’uomo non può certamente arrogarsi il diritto di definire la volontà divina, e in secondo luogo perché, si è sostenuto, l’idea della redenzione universale negherebbe la libertà dell’uomo, che si vede consistere nella sua capacità di accogliere o rifiutare il dono della salvezza. Sul piano strettamente razionale, l’opposizione fra libero arbitrio e predestinazione, se anche questa è risolta nella figura dell’elezione, non sembra superabile.

Vedeva dunque bene Lutero quando, alla conclusione del suo scritto polemico contro Erasmo, che riconosceva alla volontà umana un’efficacia sia pur marginale «nelle cose concernenti la salvezza» (Servo arbitrio, 18, 614), gli dava atto di aver colto nel rapporto fra libero arbitrio e grazia «il punto cruciale della questione» che veniva ponendo. «Ti lodo e te ne do vanto, scrive: sei stato il solo a trattare il punto essenziale dell’argomento e a non avermi seccato con questioni estranee al dibattito, come il papato, il purgatorio, le indulgenze o altre simili fandonie con le quali tutti gli altri han tentato di accalappiarmi» (Servo arbitrio, 18, 786).

Alberto Siclari

Alberto Siclari

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