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“Vita contemplativa e vita attiva in Hannah Arendt”: lunedì 18 marzo Paolo Costa terrà la quarta lezione

16 Mar

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Lunedì prossimo, 18 marzo, in occasione della quarta lezione del corso Pensare la vita. Il senso degli opposti, Paolo Costa ci parlerà di Vita contemplativa e vita attiva in Hannah Arendt.  Moderatore: Chiara Tortora.

Nella pagina Libri consigliati troverete i titoli di alcuni testi indicati da Paolo Costa, e i numeri della nostra rivista La società degli individui contenenti articolo e saggi inerenti alla lezione che si terrà lunedì.

Di seguito la tracccia della lezione.  Qui potete scaricare la scheda.

IL TERMINE “VITA ACTIVA”

Il termine vita activa è sovraccarico di tradizione. Esso è antico quanto la nostra tradizione di pensiero politico, ma non più di essa. E questa tradizione, lungi dal comprendere e concettualizzare tutte le esperienze politiche dell’umanità dell’Occidente, è scaturita da una specifica costellazione storica: il processo di Socrate e il conflitto tra il filosofo e la polis. Essa eliminò molte esperienze di un precedente passato che erano divenute irrilevanti rispetto ai suoi immediati obiettivi politici, e si sviluppò in modo altamente selettivo sino a giungere alla fine con l’opera di Karl Marx. Il termine vita activa, che nella filosofia medievale è la traduzione corrente dell’aristotelico bios politikos, già ricorre in Agostino, dove, come vita negotiosa o actuosa, riflette ancora il suo significato originale: una vita dedicata alle questioni pubblico-politiche.

Aristotele distinse tre modi di vita (bioi) che gli uomini potrebbero scegliere in libertà, cioè in piena indipendenza dalle necessità della vita e dalle relazioni da esse originate. Questo prerequisito della libertà escludeva tutti i modi di vita principalmente dediti alla conservazione della vita stessa -non solo il lavoro, che definiva l’esistenza dello schiavo, del tutto condizionato dalla necessità di sopravvivere e dal dominio del padrone, ma anche l’operare del libero artigiano e l’attività acquisitiva del mercante. In breve, esso escludeva chiunque, involontariamente o  volontariamente, per tutta la vita o temporaneamente, avesse perduto la libera facoltà di disporre dei suoi movimenti e delle sue attività. Gli altri tre modi di vita avevano la caratteristica comune di concernere il “bello”, cioè le cose né necessarie né meramente utili: la vita dei piaceri corporei in cui il bello, come si offre, viene consumato; la vita dedicata alla polis, in cui l’eccellere produce belle imprese; e la vita del filosofo dedita all’indagine e alla contemplazione delle cose eterne, la cui immortale bellezza non può essere prodotta dall’intervento produttivo dell’uomo né mutata dal fatto che egli le consumi.

La principale differenza tra l’accezione aristotelica e quella medievale del termine è che bios politikos denotava esplicitamente solo il regno degli affari umani, insistendo sull’azione, la praxis, necessaria per istituirlo e mantenerlo in vita. Né il lavoro né l’opera sembravano avere sufficiente dignità per costituire comunque un bios, un modo di vita autonomo e autenticamente umano; poiché essi servivano e producevano ciò che era necessario e utile, non potevano essere liberi, Indipendenti dalle necessità e dalle esigenze umane. La vita politica sfuggiva a questa condanna perché la concezione greca faceva della polis una forma di organizzazione peculiare e liberamente scelta, non una mera forma d’azione necessaria per tenere uniti gli uomini in un modo ordinato. Questo non vuol dire che i greci o Aristotele ignorassero che la vita umana richiede sempre qualche forma di organizzazione politica, e che il governo esercitato sui soggetti potrebbe costituire un modo di vita particolare: ma quello tipico
del despota, essendo “meramente” una necessità, non poteva essere considerato libero e non aveva relazioni con il bios politikos?

Con la scomparsa dell’antica città-stato sant’Agostino era forse l’ultimo a sapere almeno cosa significasse un tempo essere un cittadino -il termine vita activa perdette il suo significato specificamente politico e indicò ogni genere di partecipazione attiva alle cose di questo mondo. Certo, ciò non significa che l’attività lavorativa e l’operare avessero conquistato un rango più elevato nella gerarchia delle attività umane e una dignità pari alla vita dedicata alla politica. Si trattava piuttosto di un processo contrario: l’azione veniva ora annoverata tra le necessità della vita terrena, cosicché rimaneva la contemplazione (il bios tbeórétikos, tradotto con vita contemplativa)  come solo modo di vita veramente libero.

Tuttavia, l’enorme superiorità della contemplazione sull’attività di qualsiasi genere, non esclusa l’azione, non è di origine cristiana. La troviamo nella filosofia politica di Platone, dove l’intera riorganizzazione utopistica della vita della polis non solo è diretta dall’intuizione superiore del filosofo ma non ha altro scopo che rendere possibile il modo di vita del filosofo. L’articolazione aristotelica dei diversi modi di vita, nel cui ordine il piacere svolge una funzione di secondo piano, è evidentemente improntata all’ideale della contemplazione (theória). All’antica libertà dalle necessità della vita e dalle costrizioni degli altri, il filosofo aggiunge la libertà e il ritiro dalla vita pubblica (scholé) per cui la più tarda aspirazione cristiana a essere liberi dall’implicazione negli affari profani, da tutte le faccende di questo mondo, fu preceduta e scaturì dalla apolitia filosofica della tarda antichità. Ciò che era stato rivendicato soltanto dai pochi era ora considerato un diritto di tutti.

Il termine vita activa, comprendente tutte le attività umane e definito dal punto di vista della assoluta quiete contemplativa, corrisponde tuttavia più strettamente alla askholia greca, “inquietudine”, con cui Aristotele designava ogni attività, piuttosto che all’espressione greca bios politikos. Antica quanto Aristotele, la distinzione tra quiete e inquietudine, tra un’astensione quasi assoluta dal movimento fisico esterno e l’attività d’ogni genere, è più decisiva che la distinzione tra il modo di vita politico e quello teoretico, perché può essere eventualmente ritrovata all’interno di ciascuno dei tre modi di vita. Essa è simile alla distinzione tra la guerra e la pace: proprio come la guerra ha luogo in nome della pace, così ogni genere di attività, perfino i processi di puro pensiero, debbono culminare nell’assoluta quiete contemplativa. Tutti i movimenti, quelli del corpo e dell’anima come quelli del linguaggio e della  riflessione, debbono cessare di fronte alla verità. La verità, sia essa l’antica verità dell’Essere o la verità cristiana del Dio vivente, può rivelarsi soltanto in una completa serenità umana.

Nella tradizione che giunge fino all’inizio dell’età moderna, il termine vita activa non perdette mai il suo significato negativo di “in-quietudine”, nec-otuim, a-skholia. In tal modo esso rimaneva intimamente legato alla sempre più fondamentale distinzione greca tra cose che sono per sé e cose che devono la loro esistenza all’uomo, tra cose che sono physei e cose che sono nomo. Il primato della contemplazione sopra l’attività si fonda sulla convinzione che nessuna opera prodotta dalle mani dell’uomo possa eguagliare in bellezza e verità il kosmos fisico, che ruota nell’eternità immutabile senz’alcuna interferenza o assistenza dall’esterno, da parte dell’uomo o di dio. Questa eternità si dischiude agli occhi mortali solo quando tutti i movimenti e le attività umane sono in perfetto riposo. Paragonate a quest’attitudine di quiete, tutte le distinzioni e articolazioni entro la vita activa scompaiono. Dal punto di vista della contemplazione, non ha importanza che cosa disturbi la quiete necessaria, quando questa sia disturbata.

Tradizionalmente, perciò, il termine vita activa riceve il suo significato dalla vita contemplativa; la sua limitatissima dignità le è conferita dal fatto che essa serve la necessità e il bisogno di contemplazione in un corpo vivente. Il cristianesimo, con la sua fede in una vita futura le cui gioie si annunciano nell’estasi della contemplazione, conferì una sanzione religiosa alla degradazione della vita activa a funzione secondaria, dipendente; ma la determinazione di questo ordine coincise con l’effettiva scoperta della contemplazione (theória) come facoltà umana, nettamente diversa dal pensiero e dal ragionamento, che si verificò nella scuola socratica e che da allora in poi ha governato il pensiero metafisico e politico durante tutta la nostra tradizione. Non è necessario, per lo scopo che mi propongo, esaminare le ragioni di questa tradizione. Ovviamente sono più profonde delle occasioni storiche che originarono il conflitto tra la polis e il filosofo e da ciò, quasi incidentalmente, condussero anche alla scoperta della contemplazione come modo di vita del filosofo. Esse devono basarsi su un aspetto del tutto differente della condizione umana, e questa diversità non si esaurisce nelle varie articolazioni della vita activa; possiamo anche supporre che non si esaurirebbe neppure se il pensiero e il movimento dell’attività intellettiva fossero compresi in essa.

Se, quindi, l’uso del termine vita activa, com’è da me proposto in questa sede, contraddice apertamente la tradizione, ciò avviene perché io dubito non della validità dell’esperienza da cui nasce la distinzione ma piuttosto dell’ordine gerarchico inerente a essa dal suo inizio. Questo non significa che io desideri contestare o anche solo discutere, in questa sede, il tradizionale concetto della verità come rivelazione e quindi come qualcosa di essenzialmente dato all’uomo, o che io preferisca l’affermazione pragmatica, tipica dell’età moderna, che l’uomo può conoscere solo ciò che produce egli stesso. La mia obiezione è semplicemente questa: l’enorme peso della contemplazione nella gerarchia tradizionale ha oscurato le distinzioni e le articolazioni all’intemo della vita activa stessa, e nonostante le apparenze, questa condizione non è stata radicalmente mutata dalla moderna rottura con la tradizione e dal rovesciamento del suo ordine gerarchico in Marx e Nietzsche. Dipende dalla natura effettiva del famoso “rovesciamento” dei sistemi filosofici o dei valori comunemente accettati, cioè dalla natura dell’operazione stessa, il fatto che il quadro concettuale sia rimasto più o meno intatto.

Paolo Costa

Paolo Costa

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