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Lunedì 22 aprile parliamo di “Individuo e stato in Adorno” con Italo Testa

20 Apr
Theodor Adorno  (1903 Francoforte sul Meno, 1969 Visp)

Theodor Adorno
(1903 Francoforte sul Meno, 1969 Visp)

Eccoci giunti all’ultima lezione dell’edizione 2013 di Pensare la vita. Il senso degli opposti
Il ciclo di incontri si conclude con Italo Testa che ci parlerà di Individuo e stato in Adorno.
Moderatore: Simona Bertolini.
Qui trovate i libri consigliati da Italo Testa

Di seguito il testo base della lezione fornito dal relatore:

La società organizzata, da cui successivamente si formò lo Stato, fu necessaria per consentire all’umanità la sopravvivenza contro le potenze naturali, tanto quelle esterne, quanto quelle interne dell’istinto. Ma essa fu anche, sin dall’inizio, unita a privilegi, all’irrigidimento di determinatefunzioni degli organi sociali, al dominio. Per l’individuo era costantemente incerto se esso, comeessere singolo, avesse più da guadagnare che da perdere dalla sua sottomissione all’organizzazione sociale. Dal punto di vista del soddisfacimento immediato del singolo, la rinuncia sembrò prevaleredel tutto sul guadagno. Perciò gli uomini, sia quelli che avevano da trarne vantaggi, che gli altri, sono da sempre stati esortati ad adeguarsi a questa rinuncia, senza la quale nella realtà nulla prendeva avvio.
Ma, nello stesso tempo, si è continuamente fatta sentire l’opposizione dell’individuo a tale rinuncia. Ilrapporto tra individuo e Stato fu uno dei temi fondamentali della filosofia politica sin dalla Repubblicaplatonica e dalla critica di essa da parte di Aristotele. Soprattutto quando nell’epoca moderna – la quale ha esplicitamente coniato il concetto di individuo – i legami teologici divennero più deboli, l’individualismo si fece valere in modo sempre più forte nelle teorie dello Stato a partire da Hobbes, particolarmente in Locke. All’individualismo sono state avanzate riserve critiche a partire dai piùdiversi orientamenti, tanto con Rousseau quanto ad esempio con Hegel. Tuttavia esso dominò l’interateoria liberale dello Stato. Quest’ultima ha la sua origine nella coscienza della necessità di un compromesso tra le forze in reciproco contrasto dello Stato e degli individui. Questo compromessocostituisce un problema da quando esiste qualcosa come una comunità cittadina di tipo borghese,dunque una forma di socializzazione in cui il tutto si mantiene in vita solo nel conflitto degli interessidei singoli, come concorrenza sul mercato. O forse, in modo ancora più generale, si potrebbe sostenereche il problema del rapporto tra individuo e Stato esiste da quando l’organizzazione degli uomini si è contrapposta alla loro immediata vita in comune come qualcosa di relativamente indipendente.

Già nell’antichità si può poi trovare un modello della questione oggi più urgente per quantoriguarda il rapporto degli individui con lo Stato, vale a dire la loro estraneità allo Stato. A quanto mirisulta, Jacob Burckhardt ha per primo richiamato l’attenzione su ciò che, a partire dall’Ellenismo,
accadde fondamentalmente tra le città-stato e i loro cittadini. Dal momento storico in cui la coscienza greca pose al centro il concetto di individuo e determinò la felicità di questi come il bene più alto,l’individuo ha a poco a poco perso contatto con quegli affari pubblici che inevitabilmente, per il lorostesso significato, toccano la felicità individuale. Ma, proprio nel corso di questo processo, gliindividui dell’antichità si sono mostrati disponibili a prestare ubbidienza a tirannie e dittature, purchéfosse in qualche modo preservato lo spazio ristretto della loro precaria felicità. Questo sviluppo nonvale solo a partire dai tempi di Epicuro e della Stoa, bensì si profila già in Aristotele. Con un buon senso che di tanto in tanto ricorda stili di pensiero tipici del XIX secolo, Aristotele ha contrapposto ibisogni reali dei singoli all’utopia statale totalitaria del suo maestro Platone. Tuttavia egli non scorge più, come nonostante tutto accadeva ancora in Platone, l’idea più elevata nella realizzazione di questi bisogni attraverso le istituzioni razionali dello Stato. Al contrario, Aristotele considera il ritiro nelpensiero contemplativo come il più alto ideale. Con ciò si è già approdati ad una rassegnazione neiconfronti della dimensione pubblica. Si delinea una profonda contraddizione nel rapporto tra individuoe Stato: quanto più l’individuo persegue senza limiti i propri interessi, tanto più esso perde di vista unaforma di organizzazione sociale in cui questi interessi sono protetti. Attraverso la sua emancipazionesfrenata l’individuo prepara in un certo qual modo il terreno alla sua stessa oppressione. Un talesviluppo non ha un effetto positivo sulla costituzione interna dell’individuo, piuttosto quest’ultimo siimpoverisce e deperisce sempre più, quanto più si limita a se stesso e alla sua cerchia intima e si dimentica dell’universale. Secondo Burckhardt il mondo greco, dopo Epicuro, non ha più prodottoalcun individuo storico-mondiale. Forse ciò è esagerato. Ad ogni modo già qui si mostra che l’individuo e lo Stato non stanno solo in opposizione l’uno con l’altro, ma si condizionano reciprocamente. Il concetto greco dell’individuo, che di certo si distingue profondamente dal concettomoderno, può in generale essere difficilmente pensato in modo indipendente dalla forma delle antichecittà-stato.

L’indebolimento dello stato greco non può, inoltre, venire senz’altro attribuito all’affievolirsi delleforze individuali. Piuttosto le piccole città-stato, in cui v’era una sorta di unità trasparente tra gliinteressi degli individui e quelli della comunità statale, non corrispondevano più alle condizioni dello sviluppo economico. Sembrava che gli interessi materiali degli individui potessero essere meglio tutelati entro edifici statali più estesi, organizzati centralmente, anche se i cittadini non potevano piùcontrollare questi edifici come controllavano l’Atene del V secolo. Persino nella tarda antichità, quando i destini dei grandi imperi si compivano sopra le teste della popolazione, i ceti più elevati dellapopolazione cittadina borghese furono per lunghi periodi toccati marginalmente dagli eventi, che spesso contrapponevano giunte militari, cricche abbastanza ristrette. Solo con le migrazioni dei popolil’estraniazione degli individui dai loro Stati fu effettivamente causa di sventura. Nell’antichità il rapporto tra Stato e individuo non ha ancora fatto esperienza di quel mortale inasprimento, che solooggi noi conosciamo. La società antica, infatti, era incomparabilmente meno socializzata di quellamoderna in tutti i suoi sistemi. Al giorno d’oggi tutte le funzioni stanno in relazione reciproca e tutte ledecisioni politiche statali toccano immediatamente il destino individuale. Se, d’altra parte, gliordinamenti giuridici promettono all’individuo più protezione che nell’antichità, in compenso igoverni totalitari di entrambe le varianti mirano tanto più fervidamente a cassare questi ordinamentigiuridici e a consegnare l’individuo, senza protezioni, all’onnipotenza dell’apparato statale. Questapossibilità, costantemente aperta anche dopo la sconfitta di Hitler – e che oggi giunge a consapevolezza in particolare attraverso la minaccia proveniente dall’Est – rappresenta la forma specifica entro cui noi ci affatichiamo su quel problema antichissimo.

Da: Adorno, Individuo e stato, in La crisi dell’individuo, a cura di I. Testa, Diabasis, Reggio Emilia, 2010, pp. 142-4.

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Lunedì 15 aprile parliamo di “Libertà e uguaglianza in Tocqueville” con Elena Pulcini

12 Apr
Alexis de Tocqueville (Parigi 1805 – Cannes1859)

Alexis de Tocqueville (Parigi 1805 – Cannes1859)

Lunedì prossimo, 15 aprile,  si terrà il settimo e penultimo incontro dell’edizione 2013 di Pensare la vita.
Con Elena Pulcini rifletteremo sull’opposizione di Libertà e uguaglianza in Tocqueville.
Moderatore: Marina Savi.

Di seguito il testo base della lezione fornito dalla relatrice:

 QUALE TIPO DI DISPOTISMO DEBBONO PAVENTARE LE NAZIONI DEMOCRATICHE

Credo, dunque, che la forma d’oppressione da cui sono minacciati i popoli democratici non rassomiglierà a quelle che l’hanno preceduta nel mondo, i nostri contemporanei non ne  potranno trovare l’immagine nei loro ricordi. Invano anch’io cerco un’espressione che riproduca e contenga esattamente l’idea che me ne sono fatto, poiché le antiche parole dispotismo e tirannide non le convengono affatto. La cosa è nuova, bisogna tentare di definirla, poiché non è possibile indicarla con un nome.

Se cerco di immaginarmi il nuovo aspetto che il dispotismo potrà avere nel mondo vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri. Ognuno di essi tenendosi da parte, è quasi estraneo al destino di tutti gli altri: i suoi figli e i suoi amici formano per lui tutta la specie umana; quanto al rimanente dei suoi concittadini, egli è vicino ad essi, ma non li vede; li tocca ma non li sente affatto; vive in se stesso e per se stesso e, se gli resta ancora una famiglia, si può dire che non ha più patria.

Al di sopra di essi si eleva un potere immenso e tutelare, che solo si incarica di assicurare i loro beni e di vegliare sulla loro sorte. È assoluto, particolareggiato, regolare, previdente e mite. Rassomiglierebbe all’autorità paterna se, come essa, avesse lo scopo di preparare gli uomini alla virilità, mentre cerca invece di fissarli irrevocabilmente nell’infanzia, ama che i cittadini si divertano, purché non pensino che a divertirsi. Lavora volentieri al loro benessere, ma vuole esserne l’unico agente e regolatore; provvede alla loro sicurezza e ad assicurare i loro bisogni, facilita i loro piaceri, tratta i loro principali affari, dirige le loro industrie, regola le loro successioni, divide le loro eredità; non potrebbe esso togliere interamente loro la fatica di pensare e la pena di vivere?

Così ogni giorno esso rende meno necessario e più raro l’uso del libero arbitrio, restringe l’azione della volontà in più piccolo spazio e toglie a poco a poco a ogni cittadino perfino l’uso di se stesso. L’eguaglianza ha preparato gli uomini a tutte queste cose, li ha disposti a sopportarle e spesso anche considerarle come un beneficio.

Così, dopo avere preso a volta a volta nelle sue mani potenti ogni individuo ed averlo plasmato a suo modo, il sovrano estende il suo braccio sull’intera società; ne copre la superficie con una rete di piccole regole complicate, minuziose ed uniformi, attraverso le quali anche gli spiriti più originali e vigorosi non saprebbero come mettersi in luce e sollevarsi sopra la massa; esso non spezza le volontà, ma le infiacchisce, le piega e le dirige; raramente costringe ad agire, ma si sforza continuamente di impedire che si agisca; non distrugge, ma impedisce di creare; non tiranneggia direttamente, ma ostacola, comprime, snerva, estingue, riducendo infine la nazione a non essere altro che una mandria di animali timidi ed industriosi, della quale il governo è il pastore. Ho sempre creduto che questa specie di servitù regolata e tranquilla, che ho descritto, possa combinarsi meglio di quanto si immagini con qualcuna delle forme esteriori della libertà e che non sia impossibile che essa si stabilisca anche all’ombra della sovranità del popolo.

Tocqueville, La democrazia in America, vol. II, parte quarta, cap. 6.

Qui potete trovare il testo base in formato pdf: Elena Pulcini- Libertà e uguaglianza in Tocqueville

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